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CORTESE: Street food e la verità


Street food è il primo singolo del nuovo progetto del cantautore salentino Cortese. Da XFactor, a The Voice in Cile, ai palchi internazionali, ai musical di Broadway. Questo artista torna a far parlare di sé con questo singolo uscito il 30 ottobre e successivamente saranno pubblicati altri due singoli che saranno il manifesto dell’album, in uscita prima dell’estate.

Cortese con le sue canzoni racconta la quotidianità tra amore, inquietudini, passioni e irriducibili sogni dalla prospettiva di un’anima in subbuglio. L'abbiamo intervistato per ripercorrere la sua vita artistica e per conoscerlo meglio.


Ciao! Chi è Cortese? Se dovessi presentarti in breve a chi non ti conosce come lo faresti?

Cortese è Michele, un cantautore salentino classe 1985, un attento osservatore

che ama raccontare la vita vera, quella che si vive e non passa e basta, quella

della gente che si ama, mangia, fa l’amore, si lascia e ricomincia a vivere con

altra consapevolezza.


Nel 2020 vediamo la tua “versione 2.0”, quanto questa situazione sanitaria catastrofica sta influendo sulla tua musica?

La situazione sanitaria catastrofica sta influendo sulla mia musica tanto quanto

sulla mia vita personale tra inquietudini, ansie, speranze, progettualità e

proiezione dei sogni verso il futuro, perché per me non esiste antidoto migliore

che le canzoni, mi alzano le difese immunitarie, mi portano in una dimensione

che racconta la realtà ma non è la realtà.


In questo periodo di stop generalizzato stai riuscendo a esprimere la tua arte o ti senti bloccato come la realtà che ci circonda?

Non mi sento per nulla bloccato, ho tanti stimoli, ispirazione, idee, progetti per il

futuro più prossimo.


“Street food” è il primo singolo del tuo nuovo progetto. Apparentemente ci troviamo di fronte a una canzone che attinge ad una realtà “vera”. Quanto un artista deve attingere a ciò che ha intorno per dare quel tocco di veridicità e quanto invece a volte sarebbe meglio allontanarsene?

Dipende dall’artista e dalle sue urgenze comunicative, da cosa lo fa sentire

meglio rendendolo quindi sempre credibile purché sincero nelle cose che

racconta. Io personalmente non riesco mai a staccarmi dalla verità, credo renda

più tangibili le emozioni e la musica è quella roba lì.


Hai partecipato dei talent, com’è stata la tua esperienza con gli Aram Quartet? Inoltre, passare da concorrente a XFactor a coach a The Voice com’è stato? Guardandoti indietro rifaresti c’è qualcosa che cambieresti? Ritengo l’esperienza con gli Aram Quartet un gioco meraviglioso, eravamo

quattro giovani inconsapevoli e motivati; motivato lo sono ancora, anzi molto più di allora ma anche molto più consapevole. La musica nei talent-show televisivi non è mai la vera protagonista, l’ho verificato da concorrente di XFactor in Italia e da co-coach di The Voice in Cile, per cui quel tipo di esperienza televisiva resta sempre divertente e formativa dal punto di vista dello show-business, ma non sempre artisticamente fondamentale. Non amo guardare troppo indietro né troppo avanti ma quando capita è inevitabile che, essendo maturato negli anni, qualcosa del passato la cambierei: alcuni consigli sbagliati presi per giusti o delle collaborazioni a volte poco interattive.


C’è una differenza tra i palchi che hai calcato in Italia e quelli che hai calcato all’estero? 

C’è una differenza sostanziale: all’estero ho avuto modo di calcare più volte

palchi molto importanti.


Sei stato parte dei musical di Broadway. Tra la realtà del concerto e quella del teatro quali sono gli elementi di somiglianza e quelli di netta differenza? Hai una preferenza, leggera o meno, per una delle due realtà?

L’elemento in comune è l’andare in scena al massimo delle proprie possibilità espressive, al massimo del trasporto emotivo, mentre c’è una netta differenza tra il vivere le proprie emozioni raccontandole in un concerto con le proprie canzoni mettendosi completamente a nudo e il vivere la vita di un personaggio in un musical cercando di coincidere al massimo con le sue emozioni e i suoi stati d’animo fino a vivere una specie di metamorfosi interpretativa. La dimensione del concerto è quella che mi ha sempre fatto sentire più a mio agio, nella libertà di esprimermi nella forma e nei contenuti a mio modo.


Concludo augurandoti buona fortuna per il futuro e ti faccio la domanda di rito per noi di QBMusica: qual è l’augurio che fai a te stesso e alla tua musica?

Grazie mille. L’augurio è quello di far vibrare cuori alla stessa frequenza a cui vibra il mio tutte le volte che trovo il modo di raccontare un pezzo di me in una canzone.