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Luca Dell'Olio: l’essere disillusi oggi è una conditio sine qua non


Luca Dell'Olio è un giovane cantautore comasco, ma torinese d'adozione. E' proprio nel capoluogo piemontese che intorno al 2014 comincia a comporre i primi brani con influenze folk, bluegrass e rock classico.

Nel 2018 lancia due singoli “Unforgotten” e “I'll walk” prodotti da Filadelfo Castro (già al lavoro con Paolo Nutini, Simply Red, Tiziano Ferro) e Stefano Mariani, registrati tra Como e Milano con la partecipazione di musicisti del calibro di Eugenio Ventimiglia (già al lavoro con Francesco Renga, Federico Poggipollini, Jordan Rudess) e Daniele Sala.

Il 26 Novembre 2020 pubblica il suo primo singolo “Disillusion Song” che anticipa l’album “Quasaridioma” in uscita l'11 Dicembre. Procediamo ora con l'intervista.


Ciao Luca e benvenuto su Qb Musica. Innanzitutto come stai?

Ciao Qb, molto bene, grazie per l’intervista innanzitutto.


Quando e come è nata l’esigenza da parte tua di dedicarti alla musica?

Dunque, posso dire che la mia esigenza di dedicarmi alla musica è nata circa 6 anni fa, quando ho iniziato a comporre con dedizione e cognizione di causa i miei primi brani. Abitavo già a Torino, frequentavo l’università, ma studiavo Storia dell’Arte, quindi non c’era un vero e proprio collegamento tra i due ambiti, eppure qualcosa dentro di me aveva bisogno di essere espresso in una forma corretta, che mi rispecchiasse. Ho sempre avuto la sensazione che quelle serate in cameretta a comporre, scrivere testi, dimenticarli, riscriverne di nuovi ecc.. mi avrebbe portato da qualche parte, ovviamente non sapevo dove. Poi un bel giorno ho cominciato anche a cantare davanti agli altri, a portare di fronte a un pubblico (minuscolo beninteso: amici, coinquilini) queste mie creazioni embrionali e lì è scattata una scintilla, lì ho colto per la prima volta il significato di una canzone che prendeva forma nell’esibizione stessa: suonare per me non aveva più molto senso, ho capito che l’esibizione arriva al suo perché solo quando è condivisa. All’inizio è stato molto difficile, certo, ma col tempo ho imparato a gestire meglio l’agitazione e l’ansia da performance, la paura di dimenticare il testo o di stonare. Ecco che di colpo avevo appunto una nuova esigenza: creare intimamente per esprimere agli altri questa mia parte altrimenti invisibile.


Il 26 Novembre hai pubblicato il singolo in lingua inglese “Disillusion Song” che anticipa il tuo album “Quasaridioma” che uscirà venerdì 11 Dicembre. Se ti va raccontaci la genesi del pezzo.

Disillusion Song è nata a casa mia in Piazza Gran Madre circa due anni fa. Ricordo di aver guardato fuori dalla finestra a lungo non so bene perché, ma quando ho preso la chitarra sono usciti quei due accordi (il pezzo è in Si maggiore ma suonato con capo sul quarto tasto) così semplici ma incisivi, efficaci. Il testo parla del comune fallimento degli ideali di due generazioni contigue: la mia e quella dei miei genitori. Le lotte, gli scioperi, le manifestazioni e gli eroi che si sono sacrificati per un bene più alto sono stati soppiantati dal bene personale, dal consumismo sfrenato e dalla sicurezza materiale. Nulla da dire, non sono certo scontento di essere nato nell’Occidente agiato, con questa canzone vorrei solo ricordare a tutti che qualcosa è comunque andato storto e che ne stiamo pagando le conseguenze anche se non riusciamo ad ammetterlo. Dopo una pre-produzione casalinga ho visto nel brano due anime: una leggera legata alla melodia e una pesante legata alle tematiche del testo. Ho quindi voluto indirizzare l’arrangiamento verso un’atmosfera surf/rock con il tremolo sui soli, un’armonica alla Neil Young mia e il contrabbasso ad amalgamare per bene il tutto.


Il brano evoca suoni che richiamano la scena musicale statunitense. In che cosa ti ha ispirato quel mondo? Quali sono gli artisti del passato che costituiscono un modello a cui guardare?

Ricordo benissimo un fatto della mia pre-adolescenza: mio padre entra in camera mia a Como, (avevo più o meno 10 anni) e senza dire nulla mette su un cd di Jimi Hendrix. Parte “All along the watchtower”. Rimango folgorato sulla via di Damasco. Quella roba è potenza allo stato puro. All’epoca conoscevo già i Beatles, Elvis, Johnny Cash per via di certe compilation su cassetta de L’Espresso che si ascoltavano in vacanza, ma di Jimi non ne avevo mai sentito parlare. Ecco, quello è stato un primissimo approccio a quello che ho imparato ad amare negli anni successivi: il cantautorato rock angloamericano è il genere che più mi ha forgiato in questi ultimi due decenni e i miei punti di riferimento sono Nick Drake, Donovan, Rodriguez, Tim Buckley, Neil Young e ovviamente Bob Dylan. La loro scrittura, gli arrangiamenti e l’unicità dei loro sound è qualcosa che per me è rimasto tuttora ineguagliato. Purtroppo anche a causa del fatto che l’industria della musica ha cambiato radicalmente volto e struttura.


Nella musica italiana attuale c’è qualche artista o band che vorresti consigliare ai nostri lettori?

Devo ammettere di non essere un ascoltatore molto attento della musica contemporanea italiana, ma ci sono sicuramente delle perle nel nostro panorama nazionale: sicuramente consiglierei l’ascolto di Francamente, amica e artista emergente come me. Un altro ragazzo che apprezzo molto è Oh!Pilot che ho scoperto recentemente, infine segnalo Cheriach Re, anche lei emergente con un grandissimo potenziale artistico.


Al di là del brano in sé, che cosa significa per le nostre generazioni essere disillusi?

Credo che l’essere disillusi oggi sia una conditio sine qua non. Mi spiego. Trovo che la nostra sia una società viva per pochi motivi e dove la sete di denaro ha rimpiazzato molte cose. Non voglio risultare banale o pedante, ma il concetto generale sia questo: la disillusione sta in una generale rassegnata consapevolezza. Sappiamo che il clima sta cambiando, che l’economia ha generato enormi ricchezze e tremenda povertà, che il senso di solidarietà e bene comune non esiste praticamente più, che siamo sempre più controllati e assorbiti da internet e social vari. Eppure! Eppure stiamo bene, no? Ecco appunto che senso ha cambiare le cose? Tanto andrà come andrà. Il succo della questione sta in questa mentalità che non condivido, ma che accomuna la maggior parte della gente attorno a me in un modo o nell’altro.


Il disco presenterà esclusivamente brani in lingua inglese o ci saranno anche brani in italiano?

Questa prima uscita non conterrà brani in Italiano, ma solo perché la mia scrittura non mi soddisfa, non riesco a dare un’anima o una direzione poetica giusta ai miei testi. Paradossale lo so, ma per ora è così.


Ho trovato molto interessante la copertina del singolo, sia per colore che per la scelta di inserire in primo piano rispetto allo sfondo un occhio umano. In che modo questo simbolo può rappresentare la tua canzone?

La scelta dell’occhio tra le acque, che è la copertina dell’album, è un’immagine secondo me molto forte. Ci si può vedere un’umanità travolta dal tempo o, al contrario, un piccolo attimo di agnizione in un vortice di ignoranza e incoscienza. La vita è questo dopotutto e quell’occhio dipinto sta lì a ricordarmelo prepotentemente. Non è un’immagine apocalittica o negativa, è solo molto carica di misteri e metafore.


Sul tuo profilo Instagram poco tempo fa hai annunciato che il disco uscirà anche in

versione vinile. Sei un collezionista? Quali sono i tuoi vinili preferiti?

Dunque premetto di non essere un collezionista di vinili, lo ammetto, ma provo per i dischi un

fascino irresistibile e “ancestrale”. Mi piace tutto: il formato, la copertina, il peso e il colore, il rito dell’ascolto e la qualità del suono su uno stereo come si deve. Ho scelto di produrre questa tiratura limitata proprio per questo motivo, per dare dignità artistica al mio album e averne un formato materiale duraturo. Vero che le piattaforme riproducono la musica con standard elevati, nulla da dire, ma il suono del vinile, con il calore dei bassi e la nitidezza degli alti, secondo me non è comparabile. Ho ascoltato molti vinili nei miei anni universitari ma i miei preferiti sono sempre rimasti “Ethiopiques vol.4” di Mulatu Astatke, “The Velvet Underground & Nico” omonimo , “Dummy” dei Portishead, e “If i could only remember my name” del grande David Crosby.


Come per tantissimi musicisti e cantautori la chitarra costituisce una compagna fedele e inseparabile. C’è un aneddoto in particolare che ti lega a questo strumento?

È vero, cerco di stare il meno possibile senza suonare. A volte però può dare dei problemi. Ricordo qualche anno fa in Nuova Zelanda, ero completamente immerso in una melodia che non si staccava dalle dita e che, in qualche modo, si fondeva perfettamente con l’ambiente circostante di scogli, oceano e pinete intorno. Bellissimo indubbiamente, peccato che col passare delle ore non mi accorgo che nel mentre la marea sale di circa un metro e tutti i miei averi ( soldi documenti passaporto ecc) stavano per essere trascinati via dalle onde. Questo è per dire quanto uno possa perdere il senso dello spazio/tempo grazie alla musica! Ricordo anche di aver imparato come prima canzone “Eleanor Rigby” a 16 anni ( fino ad allora mi occupavo esclusivamente di percussioni) che giustamente ha solo due accordi o tre al massimo, eppure ero così fiero di esserci riuscito… fu un bel momento di epifania artistica.


C’è un messaggio in particolare che vorresti lanciare attraverso la tua musica?

Ho ragionato a lungo sul fantomatico “messaggio”. Perché prima o poi la gente vorrà capirci di più, ovviamente. Ecco, mi sono dato una risposta un po’ elusiva ma che mi soddisfa pensare: vorrei che ognuno si “svegliasse” attraverso le mie canzoni, non importa come o quando. Vorrei che quello che canto e suono diventasse una sorta di scintilla per l’ascoltatore: magari uno decide di cambiare idea su una determinata tematica o decide di partire per il Vietnam o di scrivere una lettera alla fidanzata. Io metto in gioco la mia sensibilità e la mia visione del mondo che ci circonda, tu ricevi l’informazione, la rielabori e quello che ne esce non si sa. Non pretendo di imporre né le mie idee, né la mia personalità, sarei arrogante e vanitoso. Lascio volentieri agli altri il compito di trovare il proprio messaggio.


Ringraziandoti del tempo a noi dedicato ti porgo la nostra domanda di rito. Qual è

l’augurio che fai a te stesso e alla tua musica?

L’augurio a me e alla mia musica? Di non scadere mai nella banalità e di fare meno compromessi possibili. So che la competizione è agguerrita su questo pianeta, ma chi ce la fa davvero, soprattutto nel mondo dell’arte, è solitamente chi è rimasto fedele a sé stesso e al proprio gusto.


Grazie Luca di essere stato con noi e per le splendide risposte. Auguri per il disco e per tutto

Grazie mille a voi e in bocca al lupo per tutto.