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COMETE: la credibilità per me è tutto, perché poi non ti riconosci


Naftalina” è il nuovo singolo di COMETE che anticipa l’album di prossima uscita. In questa traccia c'è un'analogia tra i ricordi e i “vecchi armadi”, dove la naftalina preserva i vestiti così come si conservano certe emozioni che si sono andate a perdere nel tempo. La produzione è curata da Federico Nardelli e Giordano Colombo. Eugenio Campagna, questo il suo nome, inizia la sua vita artistica tra le strade di Roma e nei piccoli locali, raggiunge poi il grande pubblico con la partecipazione al talent-show X-Factor 13. Tra le sue uscite si annoverano "En e Xanax" di Samuele Bersani, cover che ha presentato magistralmente sul palco targato Sky, "Ma tu", "Glovo" , per arrivare poi a "Naftalina". Ho scambiato quattro chiacchiere con l'artista, si è raccontato senza filtri, partendo dalla sua avventura come artista di strada, fino ad arrivare alle speranze per il futuro. Non vi resta che scorrere per leggere cosa ci ha detto.


Ciao Eugenio, innanzitutto come stai in questo periodo? Anche se probabilmente la risposta è scontata.

Sto bene, in relazione sempre al periodo, ma comunque tutto okay.


Prima di arrivare a Naftalina, che poi è il centro della chiacchierata, che puoi dirci riguardo alla gavetta che per te è partita tra le strade di Roma, questo ti ha aiutato a rapportarti poi al pubblico più ampio che hai trovato successivamente, ad esempio nel periodo di XFactor e quel che c’è stato successivamente?

Si, questa gavetta mi è servita sicuramente. In questo momento se ne sente molto la mancanza, perché c’è un flusso costante di gente che convoglia intorno a te, si tratta di un assembramento. Nella giornata suonavo e si formava un cerchio di persone, era un mini-live. Io attiravo il pubblico con canzoni note ad esempio di Ed Sheeran, oppure dei Coldplay, poi facevo sentire qualcosa di mio. Quella cosa era forte e ne sento molto la mancanza.


Quindi è un bel bagaglio che tutt’oggi ti porti dietro

È un bagaglio che porto ovunque. Non la definirei gavetta, piuttosto un’esperienza particolare e duratura. Lo consiglierei. Non mi reputavo il tipo di suonare per strada. Andavo dalle persone, è un approccio diverso rispetto al palco. Lo consiglio a tanti ragazzi, ti metti alla prova con te stesso, non ci sono scuse e sei te stesso, sei la tua pubblicità, sei il prodotto. È un lavoro completo. Entrando nella major noto che ci sono molte figure dietro la produzione e l’organizzazione, invece in strada sei te, devi attirare le persone e quindi cominci a capire la gente, il mercato, i fruitori della musica ti passano davanti come un fiume e le persone vanno affascinate e attirate. Ho capito che è importantissima la credibilità, ho provato a fare canzoni super popolari come ad esempio “Despacito”, ma non ero molto credibile, allora ho capito che mi stavo vendendo in maniera negativa. A me piace la musica commerciale, perché la gente la ascolta, la compra, va. Questa mia esperienza iniziale mi ha fatto capire i meccanismi e le persone.


Questa semplicità che vivevi, sei riuscito a rifletterla nella scrittura e nella composizione dei tuoi brani?

È cambiato l’approccio. Scrivo canzoni sin da quando ero piccolo, ho continuato a farlo fino a quando non sono cresciuto e ho limato quello che mi piaceva fare, c’è stato un processo di selezione e di crescita personale. L’arte di strada mi è servita molto, prima scrivevo canzoni lunghe, complesse, diciamo intellettualoidi, che ci sta, ma non era quello che volevo fare, perché poi andavo al concerto e notavo che le persone potevano perdersi. Una cosa che mi colpisce dell’arte di strada è vedere le canzoni che ho cantato per tanto tempo, ad esempio “Perfect” di Ed Sheeran, c’è il fighetto che sostiene non se la ascolti, ma poi in realtà la conosce e la canta pure, poi se ne accorge e si ferma. Faccio “music-calling” perché mi piace, perché è bello suonare con la gente davanti. Io suonavo per strada per lavoro, quindi dovevo mostrare a me stesso e alla mia famiglia che riuscivo a farlo. L’obiettivo è arrivare subito all’ascoltatore e al nocciolo della questione, ma ogni tanto esagero e infatti i miei produttori Federico Nardelli e Giordano Colombo, ad esempio per “Cornfleaks” io volevo cominciarla subito alta, avevo voglia di entrare nell’emozione a gamba tesa, ma un minimo di introduzione deve esserci; per me spaccare sul ritornello è importante, perché anche a me fa volare questo. Ne potrei parlare tutto il giorno perché ho imparato davvero tanto ed è un’esperienza che anche nella scrittura mi ha formato, ho iniziato a concepire la scrittura in modo diverso, anche se la crescita è continua e la collaborazione con i miei produttori mi ha dato nuovi stimoli e mi ha fatto capire nuove cose relative alla comunicazione semplice e veritiera.


Tornando alla tua partecipazione a X-Factor, oltre alla celeberrima “En e Xanax” di Samuele Bersani, c’è un’esibizione che se potessi rivivresti nell’immediato?

Ad XFactor “Scomparire” di Giovanni Truppi è stata un’esibizione che mi è proprio piaciuta fare. Lì potevamo produrre le canzoni, prendere scelte col team che mi seguiva, e salire sul palco voce e chitarra a me è piaciuto molto, ho fatto un’esibizione minimal, con il corpo di ballo di cui si vedevano solo i volti è stato bellissimo. Sono molte le cover che porto nel cuore, ad esempio a Radio Due ho fatto “Dubbi non ho” di Pino Daniele ed è stato bellissimo, mi piace molto cantare Pino Daniele in generale, a volte prendo testi e accordi e inizio a cantare suoi brani.


Passando a Naftalina, come mai hai deciso di far uscire adesso un brano che parla di qualcosa di concluso? Hai preso consapevolezza di qualcosa in questo lockdown, è relativo al periodo oppure esula da tutto ciò?

Questo è un brano che avevo nel cassetto da un bel po’ di tempo, è bello pensare che abbia fatto la sua stagionatura come un Parmigiano, che abbia preso i sapori e questo ha avuto senso perché ad esempio se guardiamo lo special, prima era diverso e quando l’ho tirato fuori dal cassetto ci abbiamo iniziato a lavorare e ho inserito questo nuovo special. Riprendere canzoni dopo un po’ di tempo e affrontarle con altre consapevolezze è molto bello. Pensavo non si fosse rimarcato bene il punto di qualcosa che è finito. Ognuno può interpretarla come vuole, questa canzone è nata dopo esperienze personali, ma potrebbe essere legata ad un amico, a un momento, ad un modo di essere che non ci appartiene più, stare in un gruppo di amici che ti sta stretto, la differenza tra sorridere e ridere, ma farlo veramente. La scelta di far uscire questo brano quindi non è stata legata al lockdown, ma mi piace essere uscito ora con questo brano perché c’è voglia di novità, di cambiamento, di guardarci allo specchio con un tacco 12 o la camicia più bella che ho nell’armadio, vedersi nuovi e ultimamente ci si fa belli per andare a buttare la spazzatura o solo per se stessi. L’odore di stantio che abbiamo cercato di tirare fuori un’ambientazione dark, spero si riesca a sentire l’odore che sentivo io in questo vecchio teatro sottoterra, con vecchie moquette, tende polverose. Naftalina non dice “che bello uscire fuori”, ma si sta vivendo esattamente quel periodo.


Devo farti la domanda di rito: qual è l’augurio che fai a te stesso e alla tua musica?

Un augurio a me stesso è che possa essere mio amico e mio complice, non un ostacolo, perché il mio nemico più grande siamo sempre noi stessi. Che le mie paure e le mie fragilità non possano farmi del male ma che siano la mia forza. Questo cerco di farlo parlando di debolezze e fragilità auto-analizzandomi sempre, ma non troppo, perché bisogna lasciarsi anche un po’ vivere. Alla mia musica auguro lo stesso, perché la mia musica sono io. Essere credibile e parlare sempre di quello che mi sta logorando di gioia o di dolore.


Ti auguri di essere sempre vero, quindi?

Si, la credibilità per me è tutto, perché poi non ti riconosci. Fare musica è una grande storia d’amore con te stesso e con gli altri. La classica cosa “se non stai bene con te stesso, non puoi stare bene con gli altri”, è centrale. Si possono fare tante cose dietro la canzone, foto, video, ma se non c’è verità non si va da nessuna parte perché la gente non è stupida e se ne accorge.


Posso dirti, caro Eugenio, che questo tentativo di verità e di essere te stesso al 100% di percepisce molto nei tuoi testi, riesci a centrare il punto.



Arianna D'Ambrogio