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Dodicianni: dove arte e musica si fondono e danzano insieme


"DISCOTECHE" è il nuovo singolo di Andrea Cavallaro, in arte DODICIANNI, poliedrico artista di origini venete, disponibile dal 30 ottobre su tutte le piattaforme.

Nato nel 1989 in Veneto, studia fin da giovane pianoforte, laureandosi al Conservatorio di Adria.

Ad oggi ha all'attivo due dischi, ossia “Canzoni al Buio”, che contiene il brano "Saint Michel", vincitore del premio popolare della giuria "Voci per la libertà" di Amnesty International, “Puoi tenerti le chiavi”, ultimato a Los Angeles sotto la guida di Howie Weinberg e "No Frame Portrait".

Parallelamente al suo percorso musicale, nel 2017 conclude gli studi in "Storia e tutela dei beni artistici e musicali" all’Ateneo di Padova, coniugando così le passioni per musica e arte. Dodicianni è, infatti, anche conosciuto nel panorama dell’arte contemporanea, per performance spesso scioccanti e provocatorie come “No Frame Portrait” e “Il peso delle parole”.

"DISCOTECHE" è il suo ultimo singolo distribuito da Believe Digital, una ballata registrata interamente in presa diretta all’Overdrive Recording Studio di Castello Di Godego.

Il videoclip, uscito ieri, è diretto da Martin Alan Tranquillini e girato nello stesso studio fondendo musica e immagini in una perfetta corrispondenza, resa con un unico

piano sequenza della stessa registrazione.

Noi di QBMusica abbiamo avuto modo di intervistare questo artista sorprendente, continuate a leggere per scoprire cosa ci ha raccontato.


Ciao, per iniziare parlaci un po’ di te, chi è Dodicianni? Parlaci un po’ di te e della tua visione della musica. Ciao ragazzi, come sempre le domande più semplici sono anche le più difficili, amo pensare che Dodicianni sia ancora un ragazzino che si diverte a prendere con le mani e a giocare con grossi temi come musica e arte. Allo stesso tempo però ho grande rispetto per questi due mondi.

Il titolo del tuo ultimo singolo, “DISCOTECHE”, è “in contrasto” con la dolcezza del testo e della musica del brano. Potremmo quasi definire il titolo ed effettiva composizione agli antipodi. Potremmo considerare questo accostamento come un invito a non giudicare qualcosa dalla copertina? Assolutamente sì, ovviamente quando dal nostro punto di vista si pensa alle discoteche il rimando è subito a locali notturni e cassa che batte i quarti, ma allo stesso tempo per molte altre persone, penso a mia nonna per esempio, sono le feste di paese o le balere. Il punto di congiunzione è sempre lo stesso comunque, sono entrambi posti dove le luci si abbassano, gli schemi e le convenzioni sociali saltano e si creano storie.

Il brano vanta la collaborazione con Theo Soyez, per gli scatti, e di Alex Valentina, per le grafiche. A cosa dobbiamo questa scelta e come sono nate queste collaborazioni? Quando scrivo una canzone mi capita quasi sempre di associarla ad un’immagine, prima ancora che ad un mood; è come se nella mia testa provassi a raccontare quello che vedo in questo quadro. Questo può farti capire quanto per me fosse focale trovare chi potesse rendere al meglio questa componente, non è soltanto il fatto di “dover fare una copertina”, è parte integrante del concept, è tutto. Theo scatta in analogico, avendo potuto osservare da vicino la sua metodologia, la sua ricerca, devo proprio dire che non avrei potuto scegliere professionista migliore. Di Alex Valentina invece credo non ci sia bisogno di dire molto, ha capito subito il clima intimo e occulto che cercavo.

Hai all’attivo due dischi, “Canzoni al Buio”, contenente il brano “Saint Michel", vincitore del premio popolare della giuria "Voci per la libertà" di Amnesty International, e “Puoi tenerti le chiavi”, ultimato a Los Angeles sotto la guida di Howie Weinberg (Nirvana, Metallica, Jeff Buckley, U2). Cosa ti porti dietro da queste passate esperienze e c’è qualche aneddoto che ha segnato in modo particolare la tua carriera musicale? È passato diverso tempo da questi dischi, ma ci sono molti ricordi che porto con me. Il primo, e forse più importante, è stato dopo il premio al pezzo Saint Michel, pezzo che parlava degli abusi in divisa, l’aver potuto conoscere Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, una delle persone più stupende e integre su questa terra.

Poi, se devo lasciar libero respiro al mio ego, anche sentire canticchiare i miei pezzi da Howie Weinberg dalla sedia dov’era seduto Jeff Buckley non è stato male. La vera chicca era il suo improbabile italiano dall’accento americano.

Nella tua carriera hai aperto i Live di artisti come Vinicio Capossela, Thegiornalisti, Tiromancino, Modena City Ramblers e in seguito, Calcutta e Lucio corsi. C’è un palco che porti nel cuore? Tra questi artisti, con chi ti piacerebbe collaborare e con chi hai trovato una maggiore affinita? Se parliamo di palco, quello di Londra con Calcutta ovviamente è stato il più emozionante, due sere prima ci suonava Ronnie Wood, per me bastava già così. Sono cresciuto con i Modena City Ramblers, quando conosci i tuoi idoli c’è sempre quella piccola componente di paura che ti possano in qualche modo deludere; con loro non è stato così, anzi, ho trovato un’autenticità ammirabile e rara.

Uscendo invece dall’ambito degli artisti appena citati e sognando in grande, con chi ti piacerebbe lavorare? Qual è il tuo sogno nel cassetto e quali sono, se possiamo saperlo, i tuoi progetti futuri? Se dobbiamo sognare facciamolo in grande, dico Dylan. Un bel pezzo piano e acustica, solo io e lui in uno studio, rec e via, come lo vedi?

Tornando sulla terra, manco dalla scena musicale da molto, il mio obiettivo è quello di tornare per restarci; ho capito che per me la musica non è una componente marginale, probabilmente ora ne ho la giusta consapevolezza.

Alla carriera musicale affianchi da sempre quella nell’arte contemporanea. Hai tenuto esposizioni nelle gallerie Grund di Berlino, Artefiera di Bologna e Museion di Bolzano. Pensi che tra le due arti ci sia una connessione? Se sì, in cosa la ritrovi e come vivi questa dicotomia? Arte e musica alla fine sono soltanto due linguaggi con cui ci si può esprimere, al pari della danza, dei cinema, io la riassumo così. Alla fine, sono tutte risposte che partono dalla stessa domanda: cosa voglio dire? E ancor prima: ho qualcosa da dire?

Per concludere, una domanda di rito: qual è l’augurio che fai a te stesso e alla tua musica? L’augurio che faccio a me stesso è di riguardare tra 20 anni alle cose che ho fatto con soddisfazione. Non è una cosa scontata, sono tempi frenetici questi, sovraesposti, affollati. Spero di riuscire, in tutto questo, a tenere sempre la barra dritta e la curiosità un passo avanti alla soddisfazione.

Nel ringraziarti di essere stato con noi, ti facciamo un grandissimo in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri. Di seguito il videoclip di DISCOTECHE uscito ieri!


Simona Valentini

Arianna D'Ambrogio