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Hurricane: spero che l'amore di “Magical (Invisible)”arrivi dove ce n’è bisogno


"Magical (Invisible)" è l'ultimo singolo di David Maria Campese, in arte Hurricane, uscito il 28 ottobre scorso (video-clip in coda all'articolo).

Classe '95, è un cantautore e produttore italiano che vive fra Milano e Londra. Inizia a suonare la chitarra e comporre i primi pezzi a undici anni e, dopo gli studi accademici in chitarra classica e musica elettronica, si trasferisce nella capitale inglese dove suona con i Nysza e come turnista in diversi locali storici e si diploma in songwriting al BIMM (college di musica in cui hanno studiato, tra gli altri, James Bay, Tom Odell, The Kooks).

Dopo i primi anni di busking ed esperienze live, inizia a farsi conoscere nell'underground milanese e si esibisce al Circolo Ohibò in occasione della rassegna Brilla e del contest Pending Lips. A fine luglio pubblica il singolo d’esordio“Wide Open e riprende l’attività live esibendosi per Da Vicino Concerti (Verona) e in apertura a The Niro per la rassegna Effimera a Roma.

Volete saperne di più? Abbiamo scambiato due chiacchiere con l'artista, continuate a leggere per scoprire cosa ci ha raccontato.


Sicuramente è una domanda che ti fanno tutti, ma chi è Hurricane? Come mai questo nome d’arte? Ho scelto il nome Hurricane grazie ad un romanzo, “Contro il vento alta è la sua fronte”, scritto da Matteo Campese, mio fratello. Quando è uscito il libro ero alla ricerca di un nome d’arte in cui mi potessi rispecchiare e grazie a questo romanzo ho potuto trovarlo: in fondo nei ringraziamenti c’era una dedica a me rivolta “born in a crossfire hurricane”. La frase viene da Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones. Hurricane ha subito risuonato in me, per la mia storia e per quello che significa per me fare musica. Hai fatto la cosiddetta “gavetta”, cosa che con i talent e le mille opportunità odierne tende a non esserci più. Questa contribuisce alla formazione artistica? Se si, in che modo? Beh, ho iniziato da poco quindi di strada ne ho ancora da farne sicuramente. Non ho nulla di particolare contro i talent, credo che il fattore importante sia scegliere quel percorso con consapevolezza e onestà. Per quanto riguarda me preferisco fare un percorso che parte dal basso e si inerpica fino all’obiettivo. Mi piace mangiare la polvere. Se non avessi scelto questo non avrei potuto vivere tante esperienze e tanti incontri che si sono rivelati essenziali per le mie canzoni. Per scrivere mi nutro di quello che vivo e vedo, degli incontri che faccio. Molti capitano inaspettatamente, spesso per strada, come quando facevo busking. La strada è un luogo ricchissimo. Sono un avido lettore degli scrittori della beat generation e nell’esperienza della strada mi ritrovo molto. Ha contribuito nella tua formazione artistica l’esperienza inglese? Moltissimo. Londra mi ha permesso di vivere davvero per la prima volta molte cose. Ho cominciato a suonare dal vivo regolarmente come session player per diverse band e ho iniziato a suonare i miei pezzi nelle famose open mic della città. Ho formato un trio che poi è diventato una mia seconda famiglia e con cui ho suonato per Sofar ed in Svizzera. A Londra si respira davvero la storia della musica in molti luoghi. Sento spesso nostalgia di quella città, sono certo che tornerò a rivederla. Tra Wide Open, il precedente singolo, e Magical, quali sono le relazioni e quali le disuguaglianze? Il focus in questi due brani è sempre sulla chitarra e sulla voce. Questi brani sono stati scritti in questo modo per una questione stilistica sicuramente, ma anche per una questione “ambientale”. In quel periodo mi ritrovavo spesso ad essere in camera con solo la chitarra per poter scrivere perciò i brani sono stati scritti su misura per quella situazione. La chitarra svolge quindi una funzione sia ritmica che melodica che di effettistica. La disuguaglianza principale fra i due brani sta nell’arrangiamento più ricco di Magical (Invisible) rispetto a Wide Open. In Magical sono presenti più elementi, synth, timpani e soprattutto un coro finale! So che c’è un rapporto tra il tema del brano e quello della leggenda intorno a Camogli, ambientazione scelta per questa live session, ti va di spiegarcelo? Non ero mai stato a Camogli prima, una città veramente magica. E soprattutto, quanto bene si mangia in Liguria! Secondo una leggenda il nome Camogli deriverebbe da “casa/città delle mogli”, mogli che aspettavano i mariti marinai di rientro dal mare rimanendo affacciate sui balconi colorati delle case. Magical (Invisible) parla proprio della perdita in una coppia di amanti quindi mi sembrava perfetto il connubio. La sensazione di abbandono e vuoto che trasmetti nel brano è contemporanea come mai prima. Come stai affrontando questo periodo dal punto di vista artistico? Come molti, mi sono buttato sulla cucina. A volte con risultati anche poco nocivi all’uomo. Scherzi a parte, durante il primo lockdown a Marzo ho scritto molto, ne ho approfittato ed ero nel giusto mood. In generale il fatto di avere più tempo a disposizione non significa il riuscire sicuramente a scrivere per me. Se non sono nel periodo giusto non riesco a mettere in fila tre parole che mi convincano per giorni, e anche quando ce la faccio mi sembra una forzatura se non proviene da qualcosa di onesto. Quindi piuttosto rimango in silenzio. L’aspetto che più mi pesa in questo periodo è la mancanza di concerti, da vedere e da fare ovviamente.


C’è un’intimità tra te, la chitarra e l’ambiente circostante, come se foste tutte parti di un quadro. La dimensione intimista per te contribuisce a stabilire un collegamento con chi ascolta o non è un elemento fondamentale?

Come dicevo prima, sono cresciuto con la chitarra acustica fin da bambino. Credo sia la cosa/persona con cui ho passato più tempo in assoluto. Spesso ci dormo anche con la chitarra a fianco. Questo significa che il mio modo di scrivere è stato pesantemente influenzato da questo strumento prediligendo quindi un sound più essenziale, intimista. Cerco però di sperimentare molto perché mi stanco facilmente delle cose passate e quindi sto cercando la giusta via per evolvere il mio stile musicale. Nel rapporto con il pubblico credo

valga l’intenzione e la forza che metti sul palco per fare arrivare le cose. Non contano tanto i decibel ma l’onestà. Ho assistito a concerti con band intere che spaccavano tutto eppure non mi è arrivato molto, mentre Damien Rice con solo una chitarra dal vivo mi ha fucilato. Quindi credo dì sì, per la mia musica fino ad ora un ambiente più intimista mi ha sicuramente aiutato a veicolare meglio il mio messaggio.


Domanda di rito: qual è l’augurio che fai a te stesso e alla tua musica?

Ho tanta voglia di suonare dal vivo e spero di poterlo rifare presto e in abbondanza.



Simona Valentini

Arianna D'Ambrogio